Una bella descrizione della quercia è sicuramente quella di Lev Tolstoj in “Guerra e pace”, dove il principe Andréj incontra sulla strada del Rjazàn una mattina di primavera del 1809: “… Sul margine della strada c’era una quercia. Probabilmente dieci volte più grossa e due volte più alta di ogni betulla. Era un’immensa quercia che aveva due braccia di circonferenza, con i rami spezzati certo da molto tempo e la corteccia screpolata, coperta di antiche ferite. Con le sue enormi braccia e le sue dita tozze, divaricate senza simmetria, essa si ergeva come un vecchio mostro, irato e sprezzante, in mezzo a sorridenti betulle. Soltanto i piccoli abeti morti, e sempre verdi, erano sparsi per il bosco, si univano alla quercia e non volevano sottomettersi al fascino della primavera e non volevano vedere né la primavera né il sole.” 1
È camminando in un sentiero del Massiccio del Gennargentu, anche mentre percorri il Sentiero Italia, che puoi incontrare un’altra immensa quercia, un leccio monumentale, con qualche ramo spezzato e molti altri robusti e forti, lunghi e belli da seguire con lo sguardo o con il tatto, una chioma che regala un’ombra anche per quelle greggi più numerose.
Il suo nome sembra richiami quello di una persona, forse di un pastore che nel passato abitava questa zona “Iligi de Perreddu”. Sempre dal nome sembra quasi che tra l’albero e questa persona ci fosse un legame particolare, perché tradotto sarebbe il leccio di Perreddu, un titolo di possesso dunque, viene da pensare che abbiano condiviso un certo tempo, in silenzio o scambiandosi qualche racconto. Purtroppo non ci sono certezze sulla provenienza del nome, anche i più anziani pastori che hanno frequentato questi luoghi fin da bambini, ci dicono di non avere informazioni di questo tipo.
Da piccolo era normale arrampicarmi su una quercia, ricordo molto bene due grandi roverelle, poco sotto casa, dove ogni pomeriggio specialmente in primavera e in estate, andavo con Enzo e Massimo, senz’altro i due miei migliori amici d’infanzia, e proprio sotto queste querce inventavamo diversi giochi, ma quello più interessante era quello di salirci sopra per esplorare la loro chioma, legarci una corda per poi inventare una liana o un’altalena. Oggi al cospetto di questi alberi, sembra che tornino in mente sensazioni, odori di quel tempo e risale quella voglia di esplorazione dell’albero in tutti i suoi spazi. Quando capita che mi avvicino al Leccio monumentale del Gennargentu “S’Iligi de Perreddu”, con la sua imponenza, la sua maestosità tutto è amplificato, mi piacerebbe salirci sopra, ma è come essere accanto ad un’anziana persona e dunque è naturale averne massimo rispetto e mai e poi mai mi permetterei di chiedergli uno sforzo così grande. La sua corteccia e l’intreccio dei suoi rami possono raccontare mille storie e nello starci sotto sembra di sentirne alcune. Subito capisci che non è solo un albero, ma un mondo che racchiude un ecosistema dove molti sono i piccoli animali e gli insetti che vi convivono, e dunque anche altre decine e decine di storie da ascoltare. Altrettanto normale è capire l’importanza di questo albero per l’equilibrio di tutto il bosco, con tutti gli altri lecci, di normali dimensioni che lo circondano, quasi come i molti figli di una grande famiglia, come piccoli aiutanti di questo grande “signore”.
Qualche dato su questo leccio. La sua altezza è di circa 14m, ma la sua maestosità è data più che altro dalla superficie che la sua chioma copre, con i suoi circa 750mq. Il tronco ha una circonferenza che per essere abbracciato servono le braccia di almeno 4 persone.
- cit. “Arboreto selvatico” di Mario Rigoni Stern (libro consigliato) ↩︎